Quattro anni down under

201310170124071782_Downunder-4-burner-BBQ-with-Side-BurnerOggi sono 4 anni che sono in Australia, accidenti !

Per festeggiare, voglio condividere la mia prima avventura qui down under, che ha inaugurato il mio arrivo in questa fantastica terra, 1424 giorni orsono.

Day 1.
Ricordo ancora come se fosse ieri i primi istanti appena sbarcato dall’aereo….

…quella sensazione di fitta allo stomaco, l’incalzante disidratazione, l’insostenibile necessità di rigurgitare.

Già, perché il mio arrivo in Australia fu caratterizzato da una bella intossicazione alimentare, presa in qualche modo all’aeroporto di Singapore, e trasportata per tutto il sud est asiatico fino ad arrivare a questo magnifico continente.

aaaaah! Quanti bei ricordi !
Milano-Singapore (11 ore), 14 ore di layover a Singapore, intossicazione alimentare, ed altre 11 ore sul Singapore-Sydney (più tutti i tempi morti in aeroporto).

Giusto per farvi capire lo stato in cui ero messo, Il mio primo desiderio, non appena sbarcai a Sydney, non è stato di avventurarmi per le vie della città, annusare la brezza oceanica e tastare con mano finalmente il sogno tanto ambito…..
Il mio primo pensiero è stato:  “dov’è il cesso??!!!”.
Un po’ paradossale, ma comprensibile dopo le 38 ore di viaggio.

Stavo cosí male che non riuscivo nemmeno a stare in piedi, dopo aver vomitato ed altro per quasi 8 ore a fila, sull’aereo.
Ricordo ancora i pochi istanti di sollievo, subito dopo esser in qualche modo uscito dall’aeroporto (dopo quasi 4 ore dal mio arrivo), trascinandomi tipo zombie, tutto sporco e puzzolente….quando mi scaraventai tipo leone marino, sulla panchina di fronte all’uscita.
Che sollievo!
Purtroppo quella sensazione durò solo pochi minuti, perché le convulsioni non m’avevano ancora lasciato in pace, nonostante la fresca aria di città, di prima mattina.

Ma andiamo per ordine.

Ovviamente quando si sta così male sull’aereo, una volta atterrati (soprattutto in Australia) non ti fanno scendere subito.
Prima l’ispettore sanitario ti deve fare un paio di domandine, per esser sicuri che non attacchi l’ebola o la febbre gialla a qualche canguro.
Il problema è che, finchè non danno il nulla osta generale, NESSUNO PUÒ SCENDERE dall’aereo!
Questo ovviamente aveva causato una sorta di panico nel personale di bordo, che già aveva dovuto occuparsi delle mie gettate di sbocco (i’m terribly sorry) durante il volo, e non voleva certo passare altro tempo in mia compagnia.
Permeava nell’aria quindi un malumore generale e una serie di occhiate da paura che puntualmente mi venivano lanciate ad ogni passaggio.

Sta di fatto che da economy, mi passarono in Business; Woooho!
La ragione era più che altro dovuta al fatto che i miei “atti di vandalismo” nei confronti del povero aereo, avrebbero potuto causare malori anche ad altri passeggeri.
Insomma, a 10 minuti dall’atterraggio, una hostess si avvicina gentilmente; s’inchina verso di me, con l’aria di chi sta per avvicinarsi ad un appestato. Con sorriso stampatissimo e volto cereo, mi comunica che appena atterrati non saremmo potuti scendere subito (per colpa mia) e che avrebbero dovuto chiamare l’ Health Security dell’aeroporto e riferire loro del mio tentativo di diventare un idrante umano sull’aereo.
Ma porca….

A questo punto, demolito fisicamente, deprivato dal sonno, disidratato e confuso dal fuso orario, mi sono trovato a dover riottenere una certa compostezza e tirar fuori la performance di BEST MALE ACTOR dell’anno, per gli oscar 2010.

Si aprirono i portelloni dell’aereo; ovviamente il capitano informò che nessuno poteva scendere ancora dall’aereo per via del carrello, delle scale, del cugino dello zio di quello della torre di controllo, che non andava; guasto che sarebbe stato sistemato in 10 minuti. Un classico.
Due losche figure in divisa da airport security si avvicinarono con mascherina sulla bocca e s’inginocchiarono per guardarmi in faccia, mentre io, seduto sulla mia poltrona da business class, le seguivo in ogni minimo movimento con occhio da cane che guarda il padrone, sapendo d’aver fatto qualcosa di male.

Le due tizie s’inginocchiarono e rimasero praticamente a fissarmi per qualche secondo.
Alle loro spalle, ad una certa distanza, una costellazione di Hostesses, Piloti, qualche passeggero della business e penso d’aver intravisto anche la madonna passare, se non erro, tutti in trepidazione nel sapere se le prossime 48 ore sarebbero state trascorse in città o chiusi in una gabbia in aeroporto per la quarantena.

La pressione era altissima.
All’improvviso…
Inspector: “Hello. We are from the Health Inspection Department of the Airport. We have been told that you are feeling unwell. Are you alright?”
Me (con il più grosso accento italiano che abbiate mai sentito): “Well ! Well ! Now, well, thank you”
Credo che al momento la mia faccia sia stata un incrocio tra Rocky e Jack Nicholson.
rocky-balboa--300x180the_shining_2

 

 

I: “What happened exactly? Where you feeling bad already in Singapore?”
Me: “Oh, I think i just had too much food at the airport. I’m very well now”, tirando fuori un altro sorriso alla Stallone con tanto di bocca storta.
sylvester-stallone-picture-2

I: “Did you eat anything in Singapore, outside of the airport?”
Me: “No. Just some cooked tofu at the airport, before i left. I think I threw up  because of the AC inside the airport and i felt a bit sick. I’M WELL NOW! Yeah, Yeah!”.
Adesso il mio sorriso da paresi era più simile a quello di Jim Jeffries, visto che mentre lo dicevo, l’ennesimo attacco di vomito stava quasi per partire.
On_Dam_Busters

Le due ispettrici si guardarono in faccia e si alzarono, dicendo semplicemente un “Ok, Thank you”, lasciando l’intero equipaggio in attesa di un verdetto della mia performance.

And the Oscar goes to…..
Non so come sia successo, ma dopo 5 minuti ci fecero scendere, nel sollievo generale del pubblico che sinceramente avrebbe dovuto darmi delle gran pacche sulle spalle, invece che continuare a tirarmi occhiate sinistre, per come ero conciato.
Ma certamente erano solo invidiosi del mio incredibile talento a recitare, e delle chiare macchie di vomito sulla mia felpa.

Non so nemmeno come abbiano fatto a farmi passare al controllo passaporto e bagagli, con la faccia che mi ritrovavo.
Ero talmente stremato dall’esperienza che non m’interessava nemmeno più sapere se la mia faccia avesse sembianze umane o meno.

Dopo esser riuscito in qualche modo ad uscire dal terminal, la sensazione di nausea si fece ancora più pesante ed insopportabile; ed è a questo punto che mi sono messo a fare il barbone sulle panchine dell’aeroporto, buttato li come uno straccio, con la stanchezza di 40 ore di viaggio e con la felpa maculata da improbabili gettate di saliva.

Purtroppo, nemmeno l’aria di Sydney riuscì a curarmi. Allora dopo una mezzora a rantolare sulla panchina come uno zingaro, decisi d’andare al pronto soccorso dell’aeroporto.

Trascinandomi, praticamente piegato sul carrello porta valige, arrivai di fronte all’ambulatorio, che per qualche strana ragione aveva le sembianze di un nostro comune studio veterinario.

Appena ricevuto dal medico, il poveraccio (lui…) mi fece sdraiare sul lettino ed automaticamente mi iniettò un comune rilassatore muscolare, che io interpretai al momento tipo iniezione letale, perché credo di esser crollato dal sonno dopo 5 circa secondi.

Mi svegliai, o meglio, mi svegliarono dopo circa 2 ore; l’infermiera mi comunicò che avevano bisogno del lettino e che me ne sarei dovuto andare. No ma, bene! Chi se ne frega se stramazzo al suolo….

In qualche modo comunque, mi sentivo un po’ meglio. Il mio corpo era andato quasi in breakdown, ma grazie a questa breve dormita aveva recuperato alcune delle forze che mi sarebbero servite poi per trascinarmi in città, dove una persona che non conoscevo m’avrebbe dovuto aspettare vicino casa sua per ospitarmi un paio di notti.

Uscii dall’ambulatorio e mi diressi, trascinando in qualche modo valigia, zaino e trolley, verso l’uscita, in direzione della zona degli shuttles.
$20 per arrivare in città. L’opzione treno e/o mezzi pubblici era stata scartata per via dell’assenza di forze e dell’impossibilità di trascinare e sollevare 25kg di valigia, 10 di trolley e 10 di zaino per le vie del centro in quello stato.

Ancora ignaro delle usanze del posto, mi viene dato l’indirizzo che è 117-313 BlaBlaBla street.

Da buon italiano mi faccio lasciare nei pressi del numero 117 di Blablabla street, in cerca poi dell’appartamento numero 313.

Una volta che lo shuttle se ne andò, mi accorsi poi che il numero civico qui si legge così:
Unit number / Building number

Quindi ero ovviamente 200 numeri più indietro; l’incubo di dover trascinare la valigia ed il trolley non erano affatto svaniti.
Di li a poco avrei dovuto percorrere i 650 metri più faticosi della mia vita.

Arrivato all’indirizzo mi mancava solamente di mandare un messaggio al ragazzo che m’avrebbe ospitato per dirgli che ero arrivato e per farmi aprire la porta d’ingresso.
Beh, indovinate un po?
Finiti i soldi nel cellulare italiano. Noooooo.

La demoralizzazione a questo punto era a livelli stratosferici; in tasca 2 pezzi da 20 in dollari australiani e nient’altro. Solo al pensiero di dover trascinare le valigie per altri 10 metri, m’impallidiva.

A questo punto l’unica cosa che mi era rimasta era la statuetta dell’oscar, ricevuta sull’aereo.
Una signora di mezz’età s’avvicinò, camminando sul marciapiede con il suo cagnolino.
Sfoggiando ancora una volta il mio sorriso da Stallone e sicuramente  facendo molta pietà, pregai la gentile signora di poter usare il suo cellulare per mandare un sms.
Ebbene, riuscii a contattare il ragazzo in questione, che tra l’altro non era nemmeno a casa.

Avrei dovuto praticamente attendere solamente qualcuno che mi venisse ad aprire la porta; In questo caso, si decise per la sua coinquilina.

Lo sfinimento fisico era al limite. Vi giuro che non ho mai provato una sensazione così; sembrava che ogni volta che le palpebre mi si chiudevano,  stessi svenendo anche! Ovviamente ero nella condizione di non potermi nemmeno addormentare, pensavo io, perché con valigie a seguito avrebbero potuto rubarmi tutto senza che io me ne accorgessi assolutamente.

Dopo più di 42 ore di viaggio ed una serie di incredibili avventure, vengo accolto da una strana ragazzina in improbabili jeans shorts  ed una maglietta attillata, che mi parla in inglese con accento italiano marcato, senza nemmeno guardarmi in faccia, continuando a digitare sul suo telefonino.

Mi accoglie in casa, mi indica il mio “letto” (un divano i cui cuscini erano a contatto con la moquette) e mi fa fare una doccia.

A questo punto ricordo solo di esser uscito dalla doccia con gli occhi a feritoia e d’essermi trascinato verso il mio divano.
Dormii per 16 ore a fila.

Al mio risveglio, la casa era ricolma di gente di tutti i paesi: Francesi, Italiani, Brasiliani, Cingalesi, Indiani, Spagnoli, Tedeschi ed Inglesi.

Con finalmente qualche forza in corpo e curioso di sapere chi era tutta questa gente intorno a me, mi alzai e con mente fresca salutai i miei futuri coinquilini ed i loro amici.

La mia avventura di Sydney era appena cominciata……

 

enjoy

3 thoughts on “Quattro anni down under

    • Grazie mille carlotta!!!
      Qui è un’avventura continua!!! From day 1!!
      😉
      Un bacione anche a te!!

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